La
sala della corte è illuminata e addobbata come mai l’avevo
vista prima. Ciò che succede sul palco non si vede perchè
la quarta parete è una tela bianca. Per ora vi campeggiano
le grandi ombre dei due musicisti, massicci. Come massiccio
è il loro suono se pur asciutto fino allo scheletrico.
I due muri lunghi della sala rettangolare sono anch’essi
ricoperti da enormi tele. Una longilinea figura femminile nerovestita
e molto aggraziata si muove con un pennelletto tracciando colore
e correggendo di continuo, improvvisa. Quando arrivo la parete
alla destra del palco è già cominciata. Succi
e Dorella suonano già da un po’, l’attenzione
del pubblico è tutta per Beatrice de France, che tra
l’altro se la merita. Beatrice usa il nero, il vermiglione,
il marrone. Ai suoi piedi c’è una tavolozza con
questi colori. Il vermiglione è quasi tutto lì,
di nero non ce n’è quasi più. La musica
la sta influenzando molto, partecipa dell’interplay la
sua ispirazione, l’atmosfera l’ha catturata e sembra
portarla in territori cupissimi sfumati dai tratti più
ombrosi del grottesco conditi da un metafisico mortuario. C’è
un odore saturante di lucido da scarpe e trementina. Beatrice
passa alla quarta parete comincia a vergare linee che diverranno
croci che proietteranno ombre che scoleranno canali… Il
pubblico sembra apprezzare e commenta a bassa voce. Io penso
che certo è meglio guardare una bella figliola che dipinge
che non due ragazzoni cresciuti che strimpellano. Penso che
un uovo di colombo così andrebbe spaccato più
spesso per farcene di frittate. “Mica sempre…però…sì”
mi dice un amico, e aggiunge: “Però vediamo di
non arrivare alle veline dell’extra mediale”. Beatrice,
che non so se il suo è un cognome d’arte, ma sembra
proprio una bellezza francesina, guarda continuamente il pubblico
come fanno i pittori con i ritratti (non i quadri, ma coloro
che vengono ritratti). Si vede chiaramente che la sua ispirazione
viene da ciò che scaturisce dal palco ma anche da ciò
che ella capta dalla platea.
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L’odore
di lucido da scarpe e trementina è molto forte. I bachi
suonano i pezzi dei loro due album e improvvisano sui loro temi
alla loro maniera. Beatrice, terminata la quarta parete, passa
all’altro muro della sala e la platea si muove accordandosi
ai suoi spostamenti.
Comincia ad usare un blu oltremare annacquatissimo che dà
un altro respiro e va a comporre una figura che mi sembra un
corpo di cavallo che si stira in una testa di cavallo tremenda,
ricorda un po’ il cavallo di Via Mazzini in Roma. Poi
continua la sua action-painting estemporanea. Poi va a ritagliare
la quarta parete. Compaiono i musicisti che hanno sul palco
un televisore dove ci si vedono. Quella che era l’intelaiatura
della tela diventa la cornice dei bachi. Allora non è
che volevano nascondere la loro immagine (come fanno oggi le
grandi popstar d’avanguardia). Al contrario: aspettavano
il momento per darla concentrata, incorniciata e riprodotta
addirittura in monitor sul palco. Commento personale sulla parte
sonora del concerto: delusione: preferisco di molto sicuramente
e nettamente i dischi del grandioso duo. La resa dal vivo dei
brani non mi è piaciuta. Non mi viene neanche di andare
a salutare i due musicisti che si riposano all’aperto,
lì fuori nell’aia della corte sotto la radiografia
di legno e ferro rugginoso di scheletro di un palco che sarà
usato d’estate. Non mi viene per la timidezza; non per
la delusione. Ho l’impressione che se li dico che i dischi
loro, ascoltati decine e decine di volte, sono molto molto meglio
del concerto, mi saltino addosso, Dorella mi regga e Succi mi
gonfi di batoste. Volevo pure comprarmi un disco dei Madrigali
Magri che era lì a disposizione. L’avrei fatto
ma non c’avevo mica i soldi. Comunque per ricordare la
serata mi imbratto un po’ il giacchetto portatomi dallo
Yunnan con un bel po’ del colore di Beatrice. La mi mamma
mi dirà poi che quel misto di marrone vermiglione nero
sembra sangue rappreso.
Giovanni
Vernucci per S u c c o A c i d o - giugno 2008
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